domenica 28 agosto 2022

La raggiungibilità del dolore

-Tim! Siamo spiacenti, l'utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile! La preghiamo di riprovare più tardi.-
Era fastiosa. Fastidiosa ed odiosa insieme. Quella cazzo di voce. Quella cazzo di frase. Era la decima volta che la sentivo nell'ultima mezz'ora, e incominciava veramente a darmi sui nervi. Rispondi. Accendi il telefonino. Per favore. Ti prego.
Michele, chiuso in camera sua, continuava, ad intervalli più regolari di quanto immaginasse, a premere il tasto verde del suo nuovo Nokia, ma la risposta era sempre la stessa. Quella vocina fredda ed un po' nasale non assomigliava per niente a quella che avrebbe dovuto sentire dall'altra parte della linea. Dopo l'ultimo tentativo appoggiò il telefonino sulla scrivania e si buttò sul letto. Ma si rialzò quasi immediadamente, come se fosse stato morso da una tarantola, appena dopo aver appoggiato la testa sul cuscino. Il telefono. Lo guardò. Si rialzò e gli si avvicinò. Restò fermo più di un minuto a guardarlo, dall'alto, con un atteggiamento quasi di sfida, astioso. Lo prese in mano, girandolo e rigirandolo. Il filo di luce che entrava dalla tapparella quasi completamente chiusa, colpendolo, si divertita a farne luccicare ogni lato, ogni angolo, a restituirne deboli prismi e bagliori. Bello. Il telefono.
Era tutta lì la storia. In quella scatola magica, in quella matrioska di pensieri telematici, dal più grande al più piccolo. Telefonate, messaggi, foto, squilli. Ore di conversazione a distanza.
Perchè poi? Non mi ricordavo.
Giulia.
Mi aveva regalato lei quel telefono, neanche un mese prima. "Così con questo ci possiamo anche fare le foto, e addirittura vederci quando ci chiamiamo!". Così aveva detto, testuali parole. "Vederci quando ci chiamiamo". Ne aveva comprati due uguali, per poterlo fare, quell'estremo atto di romanticismo, uno per lei e uno per me. "Per festeggiare la promozione, adesso guadagno più di te!". Già, non che ci volesse poi molto.

lunedì 26 settembre 2011

Che non mi piacciono i buoni, ma i generosi

Non mi piace la gente che vede sempre le cose in modo positivo. Non mi piacciono quelli che ti dicono "ma sì, sorridi alla vita, vedrai che ti sorriderà" o cose così. Palle. Vengono lì, con il loro musino tutto dolce, una bella mezzaluna all'insù stampata in faccia e t'insegnano a vivere.

Ma vaffanculo. Ma col cuore, eh? Tanto tu ci sorridi sopra.


Non è vero, non è così che va. La vita ti sorride quando vuole lei, se decide di farlo. Che tu puoi essere anche l'essere più triste, incazzato e stanco del mondo che lei fa quel che vuole. Se vuole, d'improvviso ti innalza fino al nirvana del perfetto culo. E se invece di fartela andare bene ha voglia di metterti lì un bello stronzo sotto la scarpa, che non si stacca neanche con l'acido, lo fa anche se stai camminando con una paresi di felicità sul volto. Chi ti racconta che il mondo è un bel posto, è perché non ha mai vissuto. Il mondo non è un bel posto per niente. Ce lo facciamo andar bene, finchè ce la si fa. Accadono delle cose belle, certo, questo sì. Se c'hai culo, magari anche a te. Ma come diceva il saggio, anche un orologio rotto segna l'ora esatta due volte al giorno. Non per questo funziona. Quindi, per favore, cari piacioni del mondo, innamorati della vita e salcazzo, sparite dalla mia vista. Andate a farvi un giro dove la gente ancora muore di fame e sete nel ventunesimo secolo, per esempio, oppure andate ad Arcore, va bene lo stesso, e perdonatemi la retorica. L'importante è che portiate il vostro verbo da un'altra parte, che qui non attacca.

Qui, al limite, s'attacca lo stronzo.



lunedì 21 febbraio 2011

Doc

Mi capita oggi di andare dal dottore. Nella sala d'attesa, una bimba gioca con la macchinetta della pressione sotto l'occhio vigile della madre. Un signore distinto, avvolto nel suo cappotto invernale nonostante il caldo all'interno della stanza, legge una rivista. Una signora arriva trafelata, si siede, si rialza, le cade il bastone, si toglie giacca e golfino, mi dice quanto faccia caldo qui. Le sorrido, e guardo fuori dalla finestra. Piove, manco a dirlo.

Ricordo quando da bambino mia madre mi accompagnava dal dottore. Era sempre di sera, ed era sempre d'inverno. Non pioveva, ma era buio, e c'era la nebbia. Le sedie nella sala d'attesa erano di legno bianco, un po' scomode, e raccontavano un po' la storia delle persone che vi si erano sedute sopra. Le piastrelle del pavimento erano come quelle che c'erano dallo zio Emilio, sapevano di vecchio ma anche ti ricordavano casa. Mi piaceva andare dal dottore con la mamma. Mi piaceva fare quella cosa che non facevamo mai a casa. Sederci vicino. Due sedie bianche, una accanto all'altra. La guardavo dal basso verso l'alto e lei mi chiedeva cosa avessi fatto a scuola, se avessi studiato, fatto i compiti. Faceva la mamma. Ma mi chiedeva anche che cosa volessi fare da grande, mi diceva "cosa vuoi fare" e la vedevo illuminarsi o fare facce scherzosamente preoccupate a seconda delle mie risposte. Era bello. In quei momenti lei era tutta mia. Non dovevo condividerla con i miei fratelli, con mia sorella, con mio papà. Era mia, ed era a me che si interessava. Era un momento, ed io lo sentivo. La mia mamma era mia.

Una donna sui quaranta, molto carina, minuta, entra nella sala e chiama il mio nome.
Mi alzo dalla sedia, di legno bianca, e do un ultimo sguardo fuori dalla finestra. Piove, ma fa caldo qui, e non c'è nebbia. Mi chiedo dove sia finito tutto quel tempo passato.

venerdì 3 dicembre 2010

Cosa vuoi da me?

Continua pure a riempirmi con i tuoi colori,
un fantasma trasparente
del blu per la mia faccia,
del verde per la mia pelle,
e scegli, scegli,
continua pure a gettare il tuo arcobaleno su di me.

Un fantasma trasparente,
un omino di cartone
un libro per bambini
colorami, riempimi,
del blu per la mia pelle,
del verde per la mia faccia,

sono quello che tu vuoi
sono quello che ti sembro
sono quello che tu vuoi

Ti fermerai pensando "adesso è finito"
ti sorprenderai scoprendo l'infinito
vorrai indietro
il blu della mia faccia
il verde della mia pelle
darai un senso al tuo volere cercando di scappare

Un fantasma trasparente,
un omino di cartone
un libro per bambini
colorami, riempimi,
del blu per la mia pelle,
del verde per la mia faccia,

sono quello che tu vuoi
sono quello che ti sembro
sono quello che tu vuoi

martedì 30 novembre 2010

Ciao Mario!

Addio ad un grande.