sabato 20 novembre 2010

In questo momento sto pensando

Che non sarebbe male
prendermi la testa con una mano,
incominciare a giocare,
con l'altra un coltello al collo portare.

Pazientemente tagliare tutt'intorno,
fino a poterla staccare, e guardare con gli occhi dell'anima;
osservare il sangue
gocciolare
e ancor di più,
per una volta,
veder l'effetto che fa.

E poi infilarla su di un palo rovente,
ed infine darle fuoco, dolcemente,
s'intende.
Tutta quella massa fondersi, gocciolare...
e smettere, finalmente,
di pensare.

venerdì 19 novembre 2010

Lettera ai bambini

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
a dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.

Gianni Rodari


Non c'è molto da aggiungere, vero?

lunedì 1 novembre 2010

La voglia di tornare

Ho imparato a riconoscerla, ma non a combatterla. Appare dal nulla, senza preavviso e colpisce forte. Molto forte a volte. Si nasconde dietro alle giornate grigie, ad una telefonata mancata, ad un sabato sera passato in casa. La si intravede in un compleanno non festeggiato, in un augurio non fatto, in una fotografia di un mondo che una volta era il tuo ed ora non più.

A volte penso "torno". Questo pensiero è molto più ricorrente ora di quanto lo fosse sei mesi fa, e non so nemmeno perchè. In realtà, ci sarebbero più motivi per stare che per tornare. In Italia davvero non saprei che fare ora. Ma mi manca il mio mondo, ecco quale è il problema. C'è questa sensazione che si posa qui, sullo stomaco, come un macigno, e che mi fa pensare che è ora di dare la sterzata finale e chiudere il conto anche con l'Inghilterra. Mi piace stare qui, l'ho sempre detto. E non rimpiangerò mai la decisione di essere venuto a fare questa esperienza. Mi sento molto più completo ora, ho fatto qualcosa che ha cambiato la mia visione del mondo e delle cose. Lo posso giudicare su me stesso già da ora e penso in futuro potrò goderne ancor di più, guardando indietro. Già. Guardando indietro. E' questo il fatto. Ho sempre detto che la mia esperienza qui sarebbe stata temporanea, ma non mi ero mai dato un termine preciso. Sei mesi, un anno, due, cinque, dieci. Molto sarebbe dipeso dalle opportunità lavorative. Ma su questo mi sbagliavo. Molto sarebbe dipeso dalla mia pancia, ecco quello che non sapevo. Dalle sensazioni che vi ci sarebbero depositate sopra, pian piano, giorno dopo giorno, e che mi avrebbero poi fatto scegliere, o meglio "sentire" quando fosse stato il momento di tornare. Un momento che, a giudicare dalla sempre più assidua presenza della "voglia" nelle mie giornate inglesi, si sta avvicinado a grandi falcate.

mercoledì 27 ottobre 2010

Una ragazza

Seduta sul ciglio della strada, vestita, se così si può dire, con un maglione a righe verde e gialle, logoro e con visibili buchi un po’ ovunque. Una gonna: nera, corta, logora anch’essa, ma un tempo probabilmente molto carina. Porta calze nuove, multicolore, che risaltano nel contrasto. Le scarpe, quelle, sono nere e usurate e potrebbero stupirvi. Ma solo per un attimo. Il fatto che non si trovino ai piedi della fanciulla ma appoggiate di fianco a lei, in ordine, non fa altro che coincidere con l’immagine totale. I capelli, sciolti, leggermente arruffati ma puliti, un po’ biondi e un po’ castani, le coprono il viso così che a prima vista non riusciamo a vederlo completamente. Il corpo è snello, anche se, vista la posizione di lei, la nostra è più un’intuizione che una certezza. Una borsa.

La strada è trafficata oggi. Macchine e camion, camion e macchine e rumore e velocità. È quello che ci si aspetta su una strada, ma questa strada è troppo trafficata oggi. Il fatto che sia Lunedì mattina probabilmente incide sull’umore degli automobilisti. Arrabbiati e stanchi dopo una domenica di riposo, sono tutti intenti a raggiungere il più in fretta possibile un posto dove non vogliono andare. E ai loro occhi, ancora non del tutto aperti, la presenza di una ragazza sul ciglio della strada non desta particolare attenzione. Un tizio, lo vediamo di sfuggita, rallenta per un attimo, attirato da quel tratto di gambe che le calze lasciano scoperte. Un clacson suona, ma non sappiamo se indirizzato alla ragazza oppure all’autista che ha rallentato. O a qualsiasi altro. La ragazza si muove. Si gira verso di noi. I capelli si spostano quanto basta per capire che la nostra prima idea non era sbagliata. E’ bella. Forse non bellissima, ma bella. Sta parlando. Non riusciamo a capire con chi. Forse all’indirizzo di quel clacson che, possiamo immaginare, l’ha svegliata, o semplicemente disturbata. Si alza. La vediamo chinarsi e raccogliere le scarpe, senza indossarle. Mentre fa questo, il traffico rallenta. Una macchina quasi si ferma davanti a lei e per qualche momento la perdiamo di vista. Questione di un attimo e tutto torna come prima. La ragazza, scarpe in mano, si è incamminata lungo la strada. Mentre la seguiamo, nella nostra visuale entra una stazione di servizio. Ci chiediamo se sia lì che è diretta. Se dovessimo scrivere una storia per lei, probabilmente la faremmo entrare a prendere un caffè. O meglio un latte e cioccolato. Sì, lei è da latte e cioccolato con tanto zucchero.

venerdì 22 ottobre 2010

A killer called "cat"

Quando mi sono trasferito qui a Wolvercote, uno dei posti che ho imparato ad amare subito della nuova casa è stato il giardino. Lì infatti c'è un piccolo stagno, abbastanza profondo (come faccio a saperlo? il precedente inquilino c'è caduto dentro!) dove ho notato da subito, con piacere, vivono numerosi, amabili e simpatici toads, ovvero rospi! E' davvero interessante vedere come si muovono e girano per il giardino. Prendono l'iniziativa, vanno a spasso, si riproducono anche (non li ho mai visti, non sono ancora così studioso della specie). Ogni tanto infatti posso notare piccoli rospetti, della dimensione di un centimetro cubo più o meno, aggirarsi titubanti sulle foglie che coprono lo stagno. Vista la presenza, direi alquanto inusuale, di questi animali in casa, un giorno ho chiesto al padrone se avesse, o avesse avuto, altri animali. Avevo infatti visto ogni tanto gironzolare nel giardino un gatto, ma non sapevo a chi appartenesse. Patrick, questo il nome del mio landlord, mi spiegò che i rospi erano arrivati da soli nello stagno, e che un tempo c'erano stati anche dei pesci a far loro compagnia. Poi un giorno si era accorto che i rospi erano rimasti, ma dei pesci neanche più l'ombra. Non ne aveva la certezza, ma era convinto che fosse stato il gatto, dei vicini, a banchettare con i silenziosi animaletti. E per questo motivo lo odiava. Ogni volta che può, infatti, Patrick, se vede il gatto in giardino, gli tira un sasso per... farlo scappare. Con il tipico amore inglese per gli animali infatti, non potrebbe mai colpirlo. Si limita a spaventarlo, lanciando un sasso vicino a lui, mai addosso.
Ora, io non sono mai stato convinto del fatto che il gatto dei vicini si fosse mangiato i pesci, mi sembrava strano. La mia tesi era la morte naturale dei natanti. Almeno fino ad oggi.
Oggi infatti mi sono dovuto ricredere. Quando ho visto il gatto dei vicini di nuovo passeggiare nel nostro giardino, comodo, bello soddisfatto anche, con uno scoiattolo in bocca! Non ci volevo credere, ma era proprio uno scoiattolo, con la sua bella coda e tutto. Morto però. Killer cat ha colpito ancora.